martedì 3 marzo 2015

Tu che, da lassù, mi guardi


Caro papà che, da lassù, mi guardi, che, quaggiù, manchi come manca il sole dopo tutto un inverno di neve freddo e pioggia, tu che sei stato il mio amico, il mio compagno di avventure, il mio tenero papà, tu che mi hai dovuto lasciare bambina e piccina, tu, da lassù, cosa pensi, oggi, di me?
Sono diventata, anche solo un po’, la donna che pensavi?
Sono vicina, anche solo un pochino, a quello che speravi avrei potuto essere?
Non c’è giorno, da quando sei andato in Cielo, non passa un giorno che io non me lo chieda.

Le tue braccia e le tue mani erano grandissime, forti; io mi ci aggrappavo, mi attaccavo al tuo dito e mi accompagnavi a scuola. Mi davi un bacio, inginocchiandoti, e aspettavi sorridendo che io entrassi. Stavi lì a guardarmi entrare a scuola fino a che io non ero sparita dietro le porte. Tu eri là, non te ne andavi fino a che io non fossi stata al sicuro.
Quante volte ti parlo, ogni giorno!, come se tu fossi qui…
Mi diresti cose diverse dalle chiacchierate che io e te ci facciamo, ogni giorno, tra me e me?
E mi senti? Senti le cose che ti chiedo? Mi risponderesti cose diverse da quelle che io immagino che tu mi dica?
Mi terresti stretta tra le tue braccia, se tornassi a casa e potessi trovarti ancora qui?
Mi daresti un milione e mezzo di baci e carezze, se io fossi triste?

In tutti questi anni, ho continuato a immaginarti.

Ogni volta che sono stata triste, ho immaginato che tu mi abbracciassi; ogni volta che avevo qualcosa da confidarti, ho immaginato di sedermi vicino a te e raccontartelo; ogni volta che è stata dura, ho immaginato di prendere il telefono e sfogarmi con te di tutte le difficoltà; ogni volta che non mi sono piaciuta, ho immaginato di fare qualcosa per rimediare e non dirtelo finché non avevo sistemato il pasticcio.
In tutti questi anni, hai continuato a bussare alla mia porta per darmi il buongiorno, a rimboccarmi le coperte prima di darmi la buonanotte, hai continuato a chiedermi come stavo ogni volta che ho pensato a te.
In tutti questi anni, ti ho costruito, ti ho dato consistenza fiato e anima nel mio cuore. Hai vissuto con me ogni cosa. Non sei mai andato via.

Non ti ho permesso di andartene. Non ho voluto.

Sapevo e so che tu avresti voluto restare. Non te ne sei mai andato veramente.

E so che disapprovi tutte le mie sigarette, la mia pigrizia di certe domeniche, i miei silenzi di fronte ai presuntuosi. Forse, ti da fastidio che io non abbia ancora ricomprato un’auto. Forse, ma non sono sicura, certi miei dubbi, il fatto che io non abbia veramente ancora deciso di credere più forte al mio cuore, al mio coraggio e ai miei sogni, forse, ti fanno preoccupare.

Quante volte ti chiedo come mai non ho fatto una famiglia mia e dove sia la mia metà? Ti faccio arrabbiare? Non so perché, ma immagino che, ogni volta, ti intenerisca di fronte a quella domanda. Ti immagino con uno di quei tuoi sguardi, quasi divertito, quasi stupito, quasi sorpreso, come se ti chiedessi se tua figlia, questa cosina qui, sono veramente io. Ti immagino ridere, ridere forte e ti sento, ti sento davvero!, dirmi di non preoccuparmi, che sono in gamba e che le cose arrivano quando devono arrivare.

E lo so che non avresti voluto lasciarmi sola, così piccola. So che avresti voluto insegnarmi ancora tante cose. Lo so…

So che non hai deciso tu di andartene. So che hai lottato con tutte le forze per restare qui, accanto a me. So che avresti voluto scoprire con me la strada che avrei preso. So che saresti stato là ad aspettare dietro di me e guardarmi andare. Lo so…

Ci sono mille cose che non so e non sai, non sapremo mai di noi, di come saremmo stati se tu fossi stato qui. Avrei scelto la stessa università? Sarei andata a vivere dall’altra parte dell’Oceano? Avresti comprato una casa in collina con il giardino come volevi? Avresti fatto l’ingegnere che disegna e progetta le case come veramente volevi?

Ci saremmo fatti coraggio, credo, come ce ne siamo fatti fino all’ultimo.
Ci saremmo fatti un sacco di risate, come quando ti disegnavo i pupazzetti sorridenti sulle dita dei piedi quando eri in ospedale.
Avremmo fatto lunghe lunghissime camminate in montagna, sono sicura, per pensare e parlare.

Quello che non abbiamo potuto vivere insieme, perché tu eri lassù, un po’ lo abbiamo vissuto insieme, lo so e lo hai visto anche tu.

In qualche strano modo, sei rimasto con me, nella tua forma immaginaria, dentro il mio cuore, di papà speciale, che mi sorride, mi augura sogni d’oro ogni notte e mi protegge da lassù...

venerdì 27 febbraio 2015

Il conto dell’ex amica

Aveva le guance cadenti, mollicce. Labbra rigonfie, quasi tumefatte. Denti da castoro. Occhi cerulei, acquosi e spioventi. Piccola, davvero minuta, per quel seno prosperoso, prorompente. Polsi quasi inesistenti, dita sottilissime, spalle fragili, sottili, quasi inutili. Piedi minuscoli. Gambe sottili e rastremate. Spuntavano, sulla figura esile e fragile, questi occhioni e questi dentoni, questi labbroni.
Una persona sfuggente, inconsistente, con qualcosa di vorace.
Anche il nome, di quella ragazza, stroppiava: era altisonante e melodrammatico.
Tutto, di lei, insomma, diceva già tutto.
E anche il fatto che, quando l’ho conosciuta, stava con un certo Albi, ma non ci ha messo né a né be a lasciarlo e mettersi con Bibo, amico del mio ragazzo, capetto indiscusso del nostro gruppo di amici. Anche quella cosa mi aveva lasciato perplessa, davvero senza parole, come i suoi occhi spioventi, quel seno enorme su quel corpo minuscolo, quella boccona e quei dentoni, su quella donna minuta.
Inconsistente, era evanescente. Ma vorace. Voleva e otteneva, aveva fame. E quello che ha voluto, lo ha preso.
Ben per lei.
Ben per lei, oggi sposata e figliata, con quel Bibo.
Ben per lei. Buon per lei.
Io mi dissocio e aspetto.
Aspetto.
Aspetto che, anche per lei, arrivi il conto.
E, il conto, arriverà.
Sono passati quindici anni e ancora non lo ha saldato, per quanto mi riguarda.
Il conto, per quanto mi riguarda, di avermi concesso quattordici giorni di ospitalità, non uno in più, quando mi ero appena trasferita a Milano per lavoro.
Il conto, per quanto mi riguarda, di non avermi mai detto che il mio ragazzo di allora, dopo sette anni di storia, si era stufato di me e messo con una sua amica, che gli aveva presentato lei, che lei ha poi invitato a casa sua in montagna per le vacanze di Natale, mentre lui a me vendeva ancora, da mesi, la storia della crisi esistenziale.
Il conto, per quanto mi riguarda, di non avermi mai offerto nemmeno una spalla per piangere, quando non capivo come mai io pensassi che la crisi esistenziale del mio ragazzo avesse un nome e cognome preciso, quello della sua amica, ma nessuno, ma proprio nessuno,lei per prima, mi dava un minimo indizio.
Ho avuto una sola soddisfazione.
In quell’estate che ho trascorso sui libri a scrivere la tesi di laurea, mentre lei, loro, lui e quell’altra, erano tutti in vacanza in barca insieme, senza di me, ho versato una tazza di tè sul suo laptop, che si è inchiodato, rotto, devastato per sempre!
Lasciamo perdere il mio panico per il fatto che era ferragosto e che avevo paura di aver perso duecento pagine di lavoro duro serio e sudato.
Lasciamo perdere che ho sborsato di tasca mia, attingendo ai miei risparmi, i soldi che potevo darle per ripagarle quel laptop.
Lasciamo perdere che lei ne voleva il doppio, perché, così mi disse, era il prezzo del modello nuovo che voleva.
Lasciamo perdere che, quando lei è partita e tornata dopo un mese dall’Erasmus, io sono stata l’unica, l’unica senza eccezione, a difenderla, quando anche il suo Bibo la attaccava e definiva viziata e codarda.
Io, quantomeno, non ci ho rimesso un soldo di più, non ci ho rimesso la dignità, non ci ho rimesso l’orgoglio.
Io, senza figli, senza marito, bridget jones ancora alla ricerca del mio paio di scarpe, io, a differenza sua, me ne sono andata a testa alta.
Con dignità e coraggio ho affrontato tutte le salite, tutte le curve del mio tragitto, senza contare su altri che su me stessa.
Io, a differenza sua, tutto quello che ho conquistato e portato a casa, tutte le vittorie, non l’ho ottenuti se non facendo affidamento su me stessa.
Lei, a differenza mia, ha avuto papino e fidanzatino e poi maritino che le hanno dato soldi casa riparo spintarelle varie e raccomandazioni.
Lei, a differenza mia, non ha superato mezza salita, mezza curva, mezza fatica, da sola.
E, per quello che so della vita, su questa terra, questi grandi favori del destino si pagano, prima o poi.
La vita presenta sempre un conto.
Un conto che, se lo paghi giorno per giorno, senza barattini favorini e favoroni di nessuno, ce la puoi fare a pagare.
Un conto che, se invece non arriva mai, quasi che tu avessi, rispetto agli altri, un merito di credito maggiore, una specie di carta paradiso con punti infiniti, un conto, che, invece, alla fine, arriva, arriva eccome!
Arriva. Salato. Salatissimo. Perché tutto ha un prezzo!
E io, quel giorno, non ci sarò.
Sarò per i fatti miei, magari sola ancora, magari impegnata a sbrogliare qualche casino intoppo guaio ordinario, ma non ci sarò.
Non ci sono più da quindici anni.
E aspetto.
Aspetto di vederlo, quel conto.
Che arriverà e sarà durissimo.

Buona fortuna, cara!

Tutto un caso

È stato tutto un caso.
Una serie di coincidenze bell’e buone.
Tu che, di tutte queste coincidenze, non ti sei fatto una ragione. Tu, che mi vedi e parli, sempre quasi per caso. Tu che, alla fine, mi vien sempre da pensare lasciam perdere. Tu non lo vedi che non è un puro maledetto stupido caso. Io vedo, capisco le cose e faccio finta che sia come dici tu.
Tu, che alle mie robe strane, ci metti la pezza. Tu che, se ti vedo, faccio i salti dentro. Tu, che alla mia calcolata indifferenza, rispondi con leggerezza. Tu che, alla fine, ti impunti sul tuo punto. Tu, alla fine, per puro maledetto incalcolato caso, alla fine, mi insegni e mi insegni un botto di cose.
Non sei felice. Non ti faccio venire voglia di essere felice. Però, per puro caso, capita sempre e sempre che, se siamo tu e me e me e te, con tutto che non siam mai soli, siamo là, a fare e disfare cose casuali abbastanza belle e felici.
Avrei, uso (non per caso) il condizionale, deciso di ignorare il tutto. Avrei deciso di buttare la spugna. E sta resa l’avrei firmata ancora prima di mettermici davvero d’impegno.
La cosa, per puro stranissimo caso, l’hai notata. E, ma non ne sono sicura, non sembra esserti andata bene.
Neppure a me, a dirla tutta, è simpatica sta cosa che ho fatto.
Ma ho fatto così e così stiamo.
Tu, non volendo e non capendo, non hai capito. O hai capito, ma non bene bene.
E, ipotizzo, è il caso nel caso, un vero caso, che ci fa sbattere uno nell’altra, un po’ in cose che sembrava avessimo deciso di abbandonare al punto in cui stavano.
Avrei deciso (ancora condizionale voluto) quindi che, se tanto è tutto un caso, anche io andrei a caso. Avrei rivisto e corretto le mie decisioni. Non saprei se ti è parso chiaro.
Decisioni che comunque ho preso e, visto il tutto, prendo a caso.
Nella casualità e per il caso che sia tutto un equivoco o un ragionevole sbaglio.
Tanto, se è tutto un caso, questo andare venire e ritornare, per poi esser sempre là, abbastanza vicini alle cose dove le abbiamo lasciate e da dove sembra che nascano mille inizi, che tu e io non vediamo e non sappiamo, se è un po’ tutto così, abbastanza casuale, che mi cambia se mi impegno a non prendere grandi decisioni definitive?
E, magari, nel caso, ti sorrido. Avrei st’idea che potrebbe essere casuale un po’ tutto. Se ti cerco se mi cerchi, se ti sfuggo se ho voglia, se ti assecondo se voglio o se vuoi tu.
Facciamo che è un caso.
Tanto, te non lo sai, che cosa ho deciso e che cose fa il caso.
Che poi, al di là di tutti sti casi, che sono casualissimi, mentre tu temporeggi davanti alla decisione di essere felice e farti felice di me, io sono lì con te.

Vedi mai che, per puro caso, ti venisse di essere felice con me.

martedì 2 dicembre 2014

Prova, riprova, alzati e sorridi


Un po’ per caso, un po’ per sfida, alla fine, qualche cosa succede.
Facciamo disfiamo rifacciamo e il risultato non è mai quello previsto (se mai, in ipotesi, qualcuno si è messo a tavolino a fare un calcolo…); però, qualcosa succede.
Le cose, un po’, ti capitano e vengono come vengono. E va bene se non stiamo là tutti a pianificare prevedere calcolare tutto. Insomma, tanto, per il più del tempo, mica si può capire tutto!
Ne sento di storie, storie varie, di vita. E tu vorresti che bastasse una carezza, un abbraccio, un bacio, un qualcosa che fai tu insomma, per sistemare tutto. Ma non riusciamo a sistemare le cose nostre, figuriamoci quelle degli altri!
Alla fine, le cose si aggiustano, si aggiustano sempre. E ci aggiustiamo anche noi.
Non siamo cause perse.
Non siamo sacchetti vuoti.
Non siamo fantocci lasciati là per caso.
Va bene se ci perdoniamo, ci perdoniamo le cose che abbiamo fatto, che ci hanno fatto, che sono successe.
Andare avanti è un po’ questo: anche se sei mezzo sfatto mezzo scoglionato mezzo impaurito, ti rialzi, riprovi e sorridi.
Le cose belle e le cose di sempre restano. Sono là e aspettano solo che le scopriamo o le ritroviamo.
Non importa quanto tempo ci mettiamo: sono là.
E la felicità è una cosa semplice, alla fine.
È una cosa che decidi, che coltivi, che fai.

Se decidi di essere felice, alla fine, cosa ci perdi?

lunedì 1 dicembre 2014

Venticinque giorni a Natale: count your blessings!


Lo Spirito del Natale, quello vero, con le maiuscole, mi scarseggiava. Così, ho messo su un piano anticupezza, una roba contro il disagio, che è tanto, troppo.
La prima cosa che ho deciso: sorridere. Sempre e comunque.
Non ho motivi, almeno nessuno non vero, per essere arrabbiata e uscire da questo anno faticoso senza il sorriso. Perciò, dicano quello che gli pare, io sorrido! E già mi fa più Natale.
Niente addobbi, ma nemmeno fardelli. Ecco la seconda cosa che ho deciso.
Mi sbarazzo del peso del ricordo del Natale di cinque anni fa. Cacciato di casa l’uomo che credevo della mia vita, l’uomo che amavo e avrei seguito parecchio lontano da qui, un uomo strafatto sa solo Dio di cosa e quanta roba assurda, proprio pochi giorni prima di Natale, cacciato di casa lui, mi son ritrovata lì, io, in mezzo a una casa non addobbata, gli scatoloni del trasloco mai fatto, due famiglie da avvisare che la Vigilia e il Natale ognuno faceva da sé, un preavviso da revocare in ufficio e un vago senso di nausea per tutto, ma proprio tutto. Il peggio è arrivato a marzo dell’anno dopo. A marzo sì che ho capito quanto ero stata babbea… a marzo ho proprio capito tutto, aperto gli occhi, visto e toccato con mano quanto avevo toppato! Oh sì che ho capito! E forse è per questo che il ricordo di quel Natale mi piace meno del resto che è venuto dopo: a Natale non sapevo, ancora non avevo capito, non avevo la più pallida idea! Beh, però sono passati cinque anni, io sono sopravvissuta, diventata forte, ho imboccato la strada che ho preso e il ricordo di tutto quel gran disastro è storia. Sai che c’è? Non mi serve, non più, non me lo porto con me nel 2015. E non mi porto dietro nessuno degli altri dispiaceri. Fine.
Nel nuovo anno, mi porto solo le lezioni imparate, su di me e sugli altri. A Natale mi regalo questa cosa. Ecco la terza cosa che ho deciso di fare.
Mi tengo tutte le lezioni, quelle patetiche e quelle più dure, quelle belle bellissime e quelle meno; tutte utili comunque. Tutte le tengo e me le porto con me.
E mi tengo strette le persone che nella mia vita fanno la differenza. Altra decisione.
Non mi illudo, mai nemmeno un secondo che stiamo bene, io o le altre persone; meglio dirlo bene e chiaro, che stiamo messi così cosi. Le persone entrano e escono dalle loro fasi, che sono quasi degli stati di coma, interrotti da brevissimi risvegli. Ma un’altra cosa sulle persone, a furia di incespicamenti, l’ho capita. Le persone che lo ammettono, di stare così così, sono di un’altra qualità. Fanno la differenza. C’è troppa gente insulsa che vive di salamelecchi. Io mi tengo stretti quelli che no. E so che sono poche le persone importanti della mia vita. Lo so. Non mi riempiono le cinque dita di una mano. Ma non è mai stata una questione di misure, per me.
La cosa davvero rivoluzionaria che ho deciso di fare, rivoluzionaria per me, è osare tutto, il possibile e anche l’impossibile.
Prendo dei rischi, ho deciso. Mi prendo il rischio di metterci tempo gentilezza sorriso allegria e comprensione. Magari li spreco. Anzi, è quasi certo. Ma se poi tutto prende vita e acquista un senso, allora, ne valeva.
Tanto, c’è pieno di gente che dispensa consigli. Gente che vuole avere ragione. Gente che dell’altra gente non gliene frega poi molto. La gente fa un po’ come le pare un po’ sempre.
E non capisco chi non gli scappa da ridere!

Basta cupezza. Sciò al disagio. Natale, pensaci te!

mercoledì 30 luglio 2014

La donna che vorrai essere

È il tuo compleanno, amica sorella mia.
È il giorno del tuo passaggio dai venti ai trent’anni. Non è un giorno diverso dagli altri, hai detto. E, in fondo, è così. Chi è diversa, alla fine, sei tu.
Passi. Oggi è il giorno in cui passi.
Fa ridere, vero?
Un po’.
E anche no, per un altro verso.
Noi la prendiamo sempre sul ridere. Ridiamo come matte, su tutto, per tutto, di tutti.
Ti vedo già. Ti svegli, stropicci le mani, sbatti gli occhi, realizzi (e ti scappa un’imprecazione delle tue): buongiorno, ciao mondo, ciao lauri, eccoti. Ciao! Ben alzata, ben svegliata, buon compleanno, trentenne!
Come ti sembra quest’aggettivo? Dai! Proviamo! Puoi iniziare le frasi con “ormai, a trent’anni, si sa…”. Puoi dire “i trenta, ormai, li ho passati…”. Puoi fare quella che “ho trent’anni, ma tutti me ne danno ventisei”; o quella che, quando ti chiedono l’età, risponderà “Indovina? Quanti me ne dai?”. E, se vuoi, giocarti la carta MILF (per la Cougar, stai serena, sei ancora indietro… respira!!).
Nel gioco del dire-fare-baciare-lettera-ecosavuoitu i trenta ci stanno, no? Che dici?
E tu, ma tu, poi, alla fine, tu, come ti ci senti?
È un giorno speciale, amica sorella mia. E io, anche se non ci sarò (ma solo per un po’ di ore), sto facendo di tutto per esserci.
Tu che, la prima volta che ti ho incontrata, mi scrutavi con la fronte corrucciata (e, oggi che ti conosco bene, so tutto quello che hai pensato).
Tu che dai sempre, sempre tutto, tutta l’energia e tutto l’entusiasmo che hai, sempre, sempre senza riserve e sempre senza chiedere nulla in cambio.
Tu che, ogni giorno, da una stanza all’altra, mi chatti su whatsapp per chiedermi una pausa sigaretta.
Tu che, tutti i giorni, ogni giorno, sorridi, sei ottimista, e ci credi, e tanto, per tutti, e ci riesci, a contagiarci, contagiarli, tutti.
Tu che, infondo lo sai, ma non conta, e sai anche questo, cambi il mondo, con un sorriso.
Tu che sei tanto piccola, come una bambolina.
Tu che sembri indifesa e, invece, balzi e voli alto sopra ogni cosa, superi tutte le cime più dure, con la dolcezza, la tenerezza, volando alto, con la tua anima forte e bella.
Tu che hai intorno mille amici, millemila persone che ti adorano.
Tu che hai un senso di famiglia, che fai famiglia, sei famigliare.
Tu che sei così come sei: al mattino, alle otto di sera, nel cuore della notte.
Tu che non vuoi vedere quanto di bello hai costruito, da sola, con le tue magie, i tuoi sorrisi e la tua travolgente energia.
Tu, amica tesoro mio, sei un po’ di questo e sei di più.
E tu, oggi, compi trent’anni.
Sono un sacco e mezzo di tempo, lo so. E possono pesare questi trent’anni. Magari no, magari non tutti, magari solo alcuni. Ma che bello!
Che bello, oggi, avere di fronte a te tutta una decina, nuovanuova, da iniziare, da fare disfare sbagliare o azzeccare fortissimo, mandare in vacca sbaragliare scommetterci, riuscirci e poi cadere, e rialzarsi, ancora e ancora e ancora.
Che bello! Figata pazzesca, amica! Fatteli, fatteli tutti di corsa, tutti di un fiato, di un botto, questi trenta, amica. Oppure no. Pensaci, fermati passin passetto, fanne uno alla volta, fanne mezzo, poi aspetta, poi vedi e studia e tentenna e temporeggia, cazzeggia, cincischia. Fai tu, fai quello che senti, fai e vai, amica! Tutto quello che farai, vedrai, seguendo il cuore l’istinto volando alto, vedrai, sarà una conquista e sarà meraviglioso esserci arrivata!
Questo è il mio augurio, per te, bambolina sorella mia!
Che tu scelga il tempo.
Che tu scelga il tuo ritmo.
Che tu scelga le mete.
Che tu ci metta il cuore il sangue l’anima le lacrime e le scarpe, sempre, sempre tutti, sempre tuoi e sempre di più.
Che tu vada vada vada, sempre avanti, che tanto indietro non si va.
Che tu aspetti, solo per riprendere fiato, o per cogliere l’occasione il treno l’opportunità.
Perché verranno le opportunità, ci saranno i giorni, arriverà il momento e tu sarai quello che sei e poi anche quello che diventerai. Perché sceglierai e sceglierai con il cuore, seguendo l’istinto. Così ti auguro. Che tu veda, oggi, già da qui, quale donna vuoi diventare e, oggi, compiendo trent’anni, tu voglia arrivarci.
È il tempo dei desideri in grande, quelli grossi come case!
E tu ci sei più vicina di sempre e quella donna che tu vedi è la donna che sei già, perché la vedi, io la vedo, la vediamo.

Buon compleanno, amica sorella tesoro del mondo!

martedì 15 aprile 2014

Senza peso

Ho conosciuto un ragazzo, una sera, un po’ di tempo fa, a una festa. Nella bolgia, chiacchiere fra noi e con mille altre persone. Dovevo andare e, a un certo punto, ho salutato. Tra le muraglie umane, ci siamo scambiati i numeri di telefono, come si fa a volte, senza pensarci e senza un perché. Mi ha inseguita sul pianerottolo. Stavo scendendo le scale; mi sono voltata, gli ho sorriso. Stava lì. Ho salito i due gradini che avevo già fatto, l’ho baciato. Poi, me ne sono andata. Dovevo davvero andare.
Da lì, sono passate tante settimane di messaggi e messaggi e ancora messaggi. Incontri nella vita reale: credo quattro. Telefonate: tre (quattro, se contiamo anche una telefonata persa).
Poi, lui rompe il telefono. Lo scopro quasi in tempo reale su facebook. E realizzo che, con il telefono, anche noi avevamo finito il nostro tempo. Io, per lui, esistevo su whatsapp; fuori dalla chat, forse, anche; ma meno, molto meno.
Io, che ho bisogno di sguardi, realtà, carne, contatto. Io, che penso sempre che tutto si dimostri con i fatti, anche la poesia e l’amicizia prima di ogni cosa. Io, che non leggo tra le righe, non ho fretta di mettere le etichette e dare i nomi alle cose. Io, che non sopporto i limiti. Io, proprio io, sono diventata un’astrazione, un’idea.
Ci concediamo, solo ogni tanto, e sempre meno crescendo, di rischiare.
Dimentichiamo che le paure non esistono.
E, così, per non esporci, ci mettiamo al sicuro, al riparo, fra le nostre quattro certezze, i nostri soliti amici, le abitudini, i gesti fatti senza pensare.
Come i messaggini.
Mandiamo un milione e mezzo di messaggini al giorno: dal telefono, sui social, sulle chat, anche a lavoro, da una scrivania a un’altra; quando ci pare; solo se ci va. Sintetici, poche righe, un link di un sito, una faccina.
Ma i sentimenti non passano.
Si perde la poesia.
Sprechiamo l’occasione che ci ha dato il destino di lasciare che una persona sia quello che deve essere, anche per poco, per quello che sarà: un amico, un mentore, un’illusione, un amore.
Mentre messaggiamo, ci scordiamo di vivere, di metterci qualcosa di nostro, nelle cose che facciamo.
E non diamo più peso: alle persone, ai sentimenti, alle nostre aspirazioni, alle ispirazioni.
Non ci accorgiamo.

Semplicemente, perdiamo peso anche noi. Perdiamo quei pochi grammi di anima che fanno la differenza.
EMLG